29 di febbraio, i 30 a gennaio

29 feb

Alzo la faccia dal lavandino e urlo guardandomi allo specchio.
Il primo fottuto capello bianco è arrivato. Metto gli occhiali – la miopia è arrivata precocemente, come l’astigmatismo,  i denti storti e il cervello bacato – per osservare meglio l’orrore.
Non è un capello bianco. Ho tirato la crema idratante fin quasi al cervello, piuttosto. Pericolo scampato.
In compenso la mia faccia ha deciso di venirsene via come in quel romanzo di Sclavi. Non per la vecchiaia, mi dicono sia lo stress. Investo in pennelli miracolosi per stendere unguenti. L’effetto, neanche a dirlo, è quello di urlare quando, incrociandomi nello specchietto retrovisore, mi scopro somigliante  al Teschio rosso. Prima che diventasse il Teschio rosso.
 
Nell’immaginario di me a trent’anni, se mai ne avessi avuto uno, la mia vita sarebbe stata, semplicemente, più facile. Non questa corsa insensata all’inseguimento di stipendio fisso e arredi di design che, non so quando, si è annidata nel mio cervello. Magari un timbro all’anno sul passaporto, o la possibilità di raggiungere le amiche lontane in qualunque momento.
Ecco, forse nel mio immaginario le amiche non sarebbero state lontane, i miei genitori sarebbero invecchiati in maniera più gentile, più lenta, più serena.
Il suono del telefono non mi farebbe scattare trigger omicidi ma saltare allegramente su dalla sedia a vedere, tò, chi fosse mai.

Non vivrei di fretta e di ansie, di è tardi è tardi è tardi. L’orologio non lo porto più, l’ho appeso alle orecchie. Non sarei comunque e sicuramente Alice, che questo lo abbiamo appurato da anni. 

Avere in questo archivio le me di quattro, sei anni fa, quando cercavo l’amore e intorno all’amore tutto ruotava – per gli uomini impossibili, i lavori impossibili, i sogni impossibile - oggi mi fa sorridere negli angoli, piccola piccola. Oggi che prima di andare a lavorare mi vesto di concretezza e disillusioni, che rispondo priva di tatto a chi mi si rivolge fiducioso – illuso - che si, gli dirò che scappare è la soluzione, che le responsabilità non fanno parte della vita. Oggi che avere delle responsabilità mi fa venire le croste in testa ma pure mi permette di guardarmi allo specchio e si, urlare al pensiero del primo capello bianco prima, poi di guardarmi allo specchio e pensare che si, forse i miei mi hanno cresciuta bene e si, poteva andarmi peggio e si, che in fondo in fondo me la sto cavando bene.

Happy Thirtyni

24 gen

to me

i hate december

10 dic

se tutto va bene le centrifughe e i centrini si spostano qui
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november death notice

30 nov

migrazioni di massa, isteria collettiva

breve compendio illustrato

30 ott

agosto, là sull'erba ci sta una ragazza che non conosco

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le mie brade vacanze idilliache prevedono una serie di conditio sine qua non: utilizzo della macchina superfluo, assenza di linea telefonica specie se in spiaggia e, in generale, allontamento da qualsiasi tipo di schermo. è la prima vacanza degna di questo nome da anni, sette giorni a sguazzare, leggere, conversare. la tenda come un monolocale, i baristi come fratelli se non conquiste, gli amici che suonano il citofono prima di entrare a prendere il caffè. diventiamo punto nevralgico di confessioni amorose, centro ustionati, rifugio per vacanzieri sprovvisti della qualunque. l'immagine più bella, quella della gente in fila ai lavatoi comuni a fare i piatti. armonie di bacinelle coordinate che luccicano fino a tardi, tra il tintin delle posate e i mugugnii soffacati di chi cerca l'intimità dei bagni. un promontorio come una palla di neve, i pescatori e le coppie che litigano nella notte, l'immancabile tenda divelta dai rami secchi, gli sconosciuti che per una notte diventano gli amici di sempre. il ritorno, a tappe, l'aria, intrufolandoci su fino al tetto sotto gli sguardi dei palazzi circostanti, l'estate, in un soffio e in un mucchietto di polvere, stipata sul soppalco fino al prossimo caldo.

 

settembre, been around the world but there's no place like home, oh baby


 

il rientro mi rende riottosa, trasformandomi in una miglioratrice d'interni (i miei) e in una lavoratrice svogliata, che rifugge la mondanità lavorativa per rintanarsi tra catalogazioni alfabetiche e drastici svuotamenti di armadi, mobili, stipi e cassetti. dopo scatoloni di spazzatura, pacchi-dono, pacchi-beneficenza, pacchi-diosolosadicosa, mi reputo soddisfatta in tutta la mia attitudine ossessivo-compulsiva e, non potendo scartare più niente se non il connivente, mi rassegno a tornare agli agghiaccianti ritmi lavorativi che mi competono. guardo il mio nuovo angolo di lavoro, estasiata dal bianco. respiro, fissando la nuova libreria, già piena, già vecchia, perfettamente a suo agio. la guardo e sorrido, e mi sento pacificata.

 

ottobre, canti e suoni quello che vuoi ricordare, o cadere o finire nelle piogge d'ottobre

 coniglirosa.splinder.com
 

mi riparo in un impermeabile, dalle piogge improvvise, dalla spallucce che accolgono le sentenze, dal tempo che fa freddo ma non abbastanza da accendere i riscaldamenti. riparo lo stomaco che decide, improvvisamente, di averne abbastanza di colazioni, manifestazioni, inaugurazioni che diventano la sagra del fritto. convegni che sono coffee break, coffee break che diventano dispute, programmazioni che diventano segni rossi sul calendario. le nuove leve che a spararle si farebbe prima, convinte si essere al riparo sotto la loro piega perfetta. i compleanni, con le candele da spegnere a tempo di musica. la musica, che mi accompagna in questo ottobre come mai nell'ultimo anno, diventa rituale sociale, arte dell'intrattenimento, necessaria abitudine alla quale abbandonarsi. e poco importa se negli anni si è passati dal parlare di sconosciuti a cui scroccare da bere al discutere di matrimoni e figli. i matrimoni di ottobre, nella loro perfezione fatta di foglie e caminetti. le foglio di ottobre, che calcio tornando dalla spesa, stretta nell'impermeabile per la salita che mi porta a casa, come una strada di mattoni gialli, rossi, arancio.

ottoberflies

30 ott

setticemia

30 set

no, non ho nessuna intenzione di perdere settembre

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